Lev Tolstoj, La schiavitù del nostro tempo
A cura di G. Basile
Un facchino che lavora trentasette ore di fila. Un vagone che non si ferma mai. Una società che si commuove per gli animali e resta cieca davanti agli uomini che consuma.
Un secolo prima che Huxley immaginasse un mondo anestetizzato dal proprio benessere, e mentre Marx smontava l’ingranaggio del capitale pezzo per pezzo, Tolstoj punta il dito altrove: non sulla macchina, non sul padrone, ma sulla violenza silenziosa — leggi, tasse, proprietà — che tiene in piedi entrambi.
Non è un trattato. È un atto d’accusa scritto con la voce di chi ha guardato negli occhi i facchini di una stazione ferroviaria e non ha più potuto voltarsi dall’altra parte.
Se Il Capitale cerca la legge, e Il mondo nuovo immagina la resa, La schiavitù del nostro tempo chiede una cosa sola, più difficile di entrambe: che ciascuno smetta, oggi, di essere complice.
Lev Nikolaevič Tolstoj (Jasnaja Poljana, 9 settembre 1828 – Astapovo, 20 novembre 1910) è stato uno scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo, considerato uno dei massimi maestri del realismo letterario mondiale.

